Il Papa che supplicava la riparazione dei peccati

La tolleranza è indifferenza;

chi crede vuole che gli altri credano.

Noi siamo intolleranti

(Domenico Giuliotti)

Le Encicliche del papa Pio XI (1857-1939) sono meravigliose. Hanno un linguaggio diretto, limpido, sono chiarissime e hanno il grande privilegio di essere brevi. In poche pagine dicono tutto. Oggi le Encicliche papali sono complicate, lunghe, verbose, probabilmente quasi nessuno le legge. E non si può dire che le Encicliche dei Papi del passato siano superate, perché si tratta di Magistero ordinario della Chiesa, hanno quindi un valore perenne.

Leggendo le Encicliche del suddetto Papa, mi sono imbattuto in un documento che parla della riparazione dei peccati. Si tratta della Miserentissimus Redemptor (Misericordiosissimo Redentore), del 1928.

Il Papa sentì allora di rivolgersi alla cristianità, ai Vescovi e ai propri fedeli, affrontando un tema che decisamente oggi pare fuori moda, quello appunto della riparazione dei peccati. Eppure si tratta di un argomento centrale della vita spirituale. Gesù è venuto nel mondo non per sistemare le cose, non per guarire tutti i malati (se fosse stato così, l’avrebbe fatto), non per arricchire i poveri (se avesse avuto questa missione, l’avrebbe fatto), ma per togliere i peccati del mondo (questo sì che l’ha fatto). È Giovanni Battista che, per primo, lo presenta al mondo identificando immediatamente Gesù con la sua missione: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo». Punto.

La Buona Novella (il Vangelo) che Gesù chiede ai discepoli di divulgare consiste proprio in questo: «Andate in tutto il mondo ed annunciate il perdono dei peccati».

La Chiesa è stata messa nel mondo per continuare l’opera del Redentore, dal momento che la Chiesa è il Corpo di Cristo. Il Corpo partecipa degli stessi fini del Capo. Così come nel corpo umano i piedi, il pancreas e il dito mignolo partecipano della stessa vita del corpo uno, le cui azioni vengono decise e determinate dal capo (il cervello e la volontà), così la Chiesa non può che vivere la stessa vita di Gesù risorto. E la vita di Gesù è quella di continuare, generazione per generazione, la remissione dei peccati, attraverso i sacramenti, la vita nello Spirito Santo, la penitenza, la carità. Sì, perché la Chiesa l’ha sempre saputo: quello che conta veramente è la vita del Cielo, laddove ladri non scassinano e tignola non consuma, e la vera felicità è vivere in Grazia.

Papa Pio XI, da buon Pastore universale, sapeva bene questo, e nel 1928 ricordò alla sua Chiesa il dovere primario che le spetta. Solo Dio può rimettere i peccati, quindi solo nella Chiesa c’è salvezza. Lapalissiano.

Il tono dell’Enciclica è chiaro, lineare, consolante. Si prende atto della situazione del tempo: «Nel nostro tempo s’è giunti a negare la sovranità di Cristo Signore e a dichiarare apertamente guerra alla Chiesa con la promulgazione di leggi e mozioni popolari contrarie al diritto divino e naturale» (n.10). Noi cristiani però non possiamo solo deplorare la situazione negativa: abbiamo il potere di unire i nostri sacrifici e atti riparatori a quelli del Signore Gesù, il solo mediatore tra Dio e gli uomini. E se possiamo farlo, dobbiamo farlo: «È vero che la copiosa redenzione di Cristo ci ha abbondantemente perdonato tutti i peccati, tuttavia in forza di quella mirabile disposizione della divina Sapienza per cui si deve completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo (Col 1,24), noi possiamo, anzi, dobbiamo, aggiungere alle lodi e soddisfazioni che Cristo in nome dei peccatori tributò a Dio, anche le nostre lodi e soddisfazioni» (n.16).

In pratica, che cosa devono fare i cristiani? Il Papa è chiaro: «Quanto più perfettamente la nostra oblazione e il nostro sacrificio saranno conformi al sacrificio del Signore – cosa che ci compie immolando il nostro amor proprio e le nostre passioni e crocifiggendo la carne con quel genere di crocifissione di cui parla l’apostolo Paolo – tanto più copiosi saranno i frutti di propiziazione e di espiazione che raccoglieremo per noi e per gli altri» (n.18).

L’Enciclica poi termina con una preghiera che il Sommo Pontefice chiede sia recitata da tutta la cristianità il giorno del Sacro Cuore di Gesù, e che si chiama: «Atto di riparazione al Cuore Sacratissimo di Gesù». Non vi è lo spazio qui per riportare tutto il testo, ma si può trovare facilmente in internet. La preghiera scritta da Papa Pio XI è meravigliosa. Andrebbe recitata da tutti in ginocchio e vissuta fin nelle radici profonde del nostro essere.

Questo è essere cristiani: collaborare perché il mondo diventi più bello attraverso la riparazione dei peccati e perché anche tanti fratelli lontani da Dio ottengano il dono della salvezza eterna attraverso la conversione.

Non è questo ciò che chiese la Madonna ai tre pastorelli di Fatima nel 1917? Nella prima apparizione (13 maggio) domandò ai bambini: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutti i dolori che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?». I tre risposero subito di sì. E lo fecero sul serio. Ma, più grave ancora, ciò che la Santa Vergine affermò il 19 agosto: «Molte anime vanno all’Inferno perché non c’è chi si sacrifichi e preghi per loro». Certo, c’è una responsabilità personale per chi si danna eternamente, ma vi è anche una responsabilità da parte di chi può fare e non fa nulla. Il messaggio di Fatima è chiaro: se ci fossero più persone che pregassero e si sacrificassero, meno fratelli e sorelle finirebbero all’Inferno. I tre pastorelli intesero allora la loro vita cristiana in un solo senso: pregare e sacrificarsi per strappare anime dalla dannazione eterna. Avevo appreso questo non da una maestra qualsiasi, ma dalla Madre di Dio, che conosceva assai bene il Catechismo e le vere periferie esistenziali.

Pio XI, sulla stessa linea, si rese conto che il bisogno del mondo e della Chiesa era soprattutto questo. Niente di nuovo: la vita dei santi di tutti i tempi testimonia come lo zelo per la salvezza delle anime fu l’unico serio e concreto obiettivo dell’azione della Chiesa e di tutti i piani pastorali: offrire personalmente ogni sacrificio e preghiera in unione al Sacrificio di Cristo per essere divinamente efficaci in questo breve passaggio sulla terra. I grandi monaci orientali, san Francesco d’Assisi, le mamme eroiche e canonizzate, i martiri, fino ai tempi nostri, con il santo Curato d’Ars, Massimiliano Maria Kolbe, Rolando Rivi… tutti, tutti capivano perfettamente questo.

Qualche anno fa fu indetto l’anno santo della Misericordia. Ottima cosa, ma non fu preceduto o seguito da un anno santo di penitenza. Sarebbe stato meglio richiamare e risvegliare tutti i battezzati a questo compito eroico che essi hanno nei confronti del mondo: morire crocifissi (in tutti i sensi, cominciando da noi stessi nella nostra quotidianità, come chiedeva Pio XI molto concretamente) per liberare quante più anime possibili dal male. Noi abbiamo questo potere! Ce l’ha dato Dio in forza del Battesimo e ce lo conferma con la Cresima e l’Eucaristia! Invece pare che dopo l’anno santo di Misericordia nulla sia cambiato, se non in peggio.

Come sarebbe bello se i nostri Vescovi digiunassero, pregassero, si sacrificassero fino al sangue, dando a tutti l’esempio di che cosa significhi essere cristiani, facendo così sfavillare il potere che hanno i figli di Dio!

Fonte: https://www.europacristiana.com/il-papa-che-supplicava-la-riparazione-dei-peccati/

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