Pratica dell’esercizio della presenza di Dio

Tratta dalle lettere di Fra Laurent

dal libro:
Fra Laurent de la Résurrection

L’ESPERIENZA DELLA PRESENZA DI DIO

Editrice Àncora – Milano

La pratica più santa e più necessaria nella vita spirituale è la presenza di Dio, che consiste nel godere e nell’abituarsi alla sua divina compagnia, parlando umilmente e intrattenendosi amorevolmente con lui, in ogni tempo, in ogni momento, sen­za regola, senza misura; soprattutto nel tempo delle tentazioni, delle sofferenze, delle aridità, dei disgusti e perfino delle infe­deltà e dei peccati.

Dobbiamo impegnarci continuamente perché tutte le nostre azioni siano un modo di intrattenersi un po’ con Dio, tuttavia senza affettazione, ma come vengono dalla purezza e dalla semplicità del cuore. Dobbiamo fare ogni nostra azione con peso e misura, senza impetuosità e precipitazione, che contraddistinguono uno spiri­to sviato. Bisogna lavorare dolcemente e amorosamente con Dio, pregarlo di gradire il nostro lavoro, e attraverso questa continua attenzione a Dio, fracasseremo la testa al demonio, e gli faremo cadere le armi di mano. Durante il nostro lavoro e altre azioni, persino durante le nostre letture, benché spirituali, durante le nostre devozioni esteriori e preghiere vocali, dobbiamo cessare per un piccolo istante, il più spesso che possiamo, per adorare Dio nel fondo del nostro cuore, gioendo di sfuggita, lodarlo, domandare il suo aiuto, offrirgli il nostro cuore e ringraziarlo.

Che può esserci di più gradito a Dio del lasciare così mille volte al giorno tutte le creature per ritirarsi e adorarlo interior­mente? Non possiamo rendere a Dio maggior testimonianza della nostra fedeltà se non rinunciando e disprezzando mille volte la creatura per gioire un sol istante del Creatore. Questo esercizio distrugge poco a poco l’amor proprio che può sussistere solo tra le creature, e di cui i frequenti richiami a Dio ci sbarazzano senza che ce ne accorgiamo. Tale presenza di Dio è la vita e il cibo dell’anima. E si può acquisire con la grazia del Signore; eccone i mezzi: una grande purezza di vita, vigilando attentamente di non fare, dire o pen­sare nulla che possa dispiacere a Dio; e quando è successo qualcosa di simile, chiedergliene umilmente perdono e fare penitenza; una grande fedeltà nella pratica di questa presenza e nello sguardo interiore di Dio in sé, che si deve fare sempre dolcemente, con umiltà e con amore, senza lasciarsi andare ad alcun turbamento.

Bisogna adoperarsi in modo particolare affinché questo sguardo interiore preceda di qualche momento le vostre azioni esteriori, che di tanto in tanto le accompagni e che le terminia­te tutte così. Non bisogna turbarsi quando si dimentica questa santa pratica: è sufficiente riprenderla con tranquillità quando si sarà formata l’abitudine: tutto si farà con piacere. Non ci si potrebbe arrivare se non attraverso la mortificazio­ne dei sensi, poiché è impossibile che un’anima che si com­piaccia ancora un po’ nella creatura possa gioire interamente di questa divina presenza. Perché per essere con Dio bisogna assolutamente lasciare la creatura. Dio vuole possedere il nostro cuore lutto da solo; se noi non lo svuotiamo da tutto quello che è diverso da lui, non può agire e fare ciò che vorrebbe. Spesso si lagna della nostra ce­cità; grida senza sosta che siamo degni di compassione per ac­contentarci di così poco. Ho, afferma, tesori infiniti da darvi, e una piccola devozione sensibile clic passa in un momento vi soddisfa. Cosi facendo, leghiamo le mani a Dio, e fermiamo l’abbondanza delle sue grazie. Sarà poi utile, per progredire nella pratica della presenza di Dio, disfarsi di ogni preoccupazione, persino di una quantità di devozioni particolari, benché ottime, ma di cui ci si fa carico spesso a sproposito, perché in fin dei conti tali devozioni non sono che mezzi per raggiungere un fine. Se dunque, attraverso questo esercizio della presenza di Dio, siamo con colui che è il nostro fine, è inutile che ritorniamo ai mezzi; ma possiamo continuare con lui il nostro scambio d’amore, restando al suo santo cospetto, e attraverso un atto di adorazione, e attraverso un arto di offerta o di azioni di grazia, e in tutti i modi che il nostro spirito saprà inventare.

Non è necessario esser sempre in chiesa per essere con Dio. Possiamo fare del nostro cuore un oratorio, nel quale ci ritire­remo di tanto in tanto per dialogare con lui. Tutti sono capaci di queste conversazioni familiari con Dio; una piccola eleva­zione del cuore è sufficiente, scrive fra Laurent, consigliando quest’esercizio a un gentiluomo: un piccolo pensiero a Dio, un’adorazione interiore, benché di corsa, e la spada alla mano. Sono preghiere che, per brevi che siano, risultano tuttavia as­sai gradite a Dio, e che, ben lungi dal far perdere il coraggio, nei frangenti più pericolosi, lo rafforzano. Se ne ricordi dun­que il più possibile; questo modo di pregare è davvero appro­priato e assai necessario per un soldato, esposto tutti i giorni ai pericoli della sua vita e spesso della sua salvezza. Questo esercizio della presenza di Dio è di grande utilità per pregare bene; perché impedendo allo spirito di prendere il volo durante la giornata, e tenendolo esattamente con Dio, sara ad esso più facile restar tranquillo durante la preghiera. Tutta la vita è piena di pericoli e di scogli, è impossibile evi­tarli senza un continuo soccorso di Dio; ma come domandarlo senza essere con lui? Come essere con lui, se non pensandoci spesso? Come pensarci spesso se non grazie alla santa abitudi­ne di stare in sua presenza, per domandargli le grazie di cui abbiamo bisogno in ogni momento?

Niente può confortarci tanto nelle sofferenze e nei dolori della vita quanto questo dialogo familiare con Dio. Se viene fe­delmente messo in pratica, tutte le malattie del corpo saranno per noi soavi. Spesso Dio permette che soffriamo per purifica­re la nostra anima e per ohhligarci a restare con lui. Come può soffrire una persona che è con Dio e che non vuote che lui? Bisogna dunque adorarlo nelle nostre infermità, offrirgli di tan­to in tanto i nostri dolori, domandargli con amore, come un bambino a suo padre di conformarci alla sua santa volontà e di ottenere l’aiuto della sua grazia Queste brevi preghiere so­no assai appropriate per i malati, e sono un eccellente calman­te del dolore. È un paradiso soffrire e essere con Dio. Per que­sto bisogna abituarsi nei dolori a un dialogo familiare con Dio e impedire che il nostro spirito se ne allontani, bisogna vigilare senza tregua su di noi, per non fare, dire o pensare nulla nella malattia col pretesto del conforto, che possa dispiacergli. Quando saremo così presi da Dio, le sofferenze per noi saran­no solo dolcezze, balsami e consolazioni.

Il mondo non comprende queste verità, e non me ne stupisco, perché vede le malattie come pene della natura e non come grazie di Dio. Coloro che le considerano provenienti dalla mano di Dio, effetti della sua misericordia e mezzi di cui si serve per salvare colora a cui le manda, di solito vi gustano grandi consolazioni.

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