Il suicidio del pensiero

Il relativismo come causa dell’assenza di pensiero e della tirannia (odierna).

La Tradizione della Chiesa ci insegna, in modo eminente con San Tommaso, come il bene dell’intelletto sia la verità e ne costituisca quindi il fine ultimo. In altre parole, l’intelletto umano è fatto per cercare e possedere la verità. Ciò è vero prima di tutto in senso ontologico, ma questo si riflette inevitabilmente anche nella dimensione concettuale e logica del pensiero dove è più facile per noi coglierne i nessi.

Il Dottore Angelico ha espresso il concetto di verità attraverso la celebre definizione adaequatio rei et intellectus secondo la quale essa consiste nella corrispondenza fra l’intelletto e la cosa pensata. In altre parole, sul piano noetico, la verità non è che il cogliere ed il riconoscere, da parte dell’intelletto, delle cose per ciò che esse sono con le loro relazioni. Tale forma mentis, ereditata dalla tradizione greca, poi integrata e perfezionata dall’esperienza cristiana, ha di fatto plasmato e reso possibile una civiltà. Essa, fondata sui pilastri del primato dell’Essere e sulla preesistenza della Verità, ha permeato capillarmente, per secoli, le coscienze umane ed è alla base di quella che, fino a qualche generazione fa, era la “saggezza contadina”, formatasi all’ombra dell’ora et labora benedettino.

Poi è arrivata la Rivoluzione e, con il suo incedere conseguenziale, ha spazzato via tale habitus del pensare e dell’agire umano. Essa, fondata sulla rivolta a Dio ed alle sue leggi, ha preteso e pretende di sostituire la verità perenne e le sue leggi, fisiche e morali, con le singole (e volubili) opinioni umane, facendo “finalmente” dell’uomo la misura di tutte le cose. Egli, liberandosi di un Dio ingombrante e limitante, lo sostituisce con la sua volontà di potenza. Egli si fa Dio e crede di poter realizzare ogni cosa e, soprattutto, crede che ogni cosa sia lecita.

Potremmo dilungarci a descrivere i dettagli del processo rivoluzionario, le sue nefaste conseguenze ed i suoi collegamenti con la realtà odierna, ma vorremmo qui concentrarci su un aspetto specifico e apparentemente contro-intuitivo rispetto alla mentalità “riprogrammata” dalla modernità.

Si pensa oggi che la fede sia in antitesi con l’intelletto e che ne abbia impedito, nel corso dei secoli, lo sviluppo (nei “secoli bui” del medioevo e dell’inquisizione). Noi sappiamo che, anche storicamente questo non è fondato sui fatti, i quali dimostrerebbero il contrario se solo si applicasse la massima tomistica dell’adaequatio. Ma si vuole qui dimostrare per via logica che le cose stanno esattamente all’opposto: ovvero che, se è vero che l’intelletto presuppone una verità (ed un fine), è altrettanto vero l’opposto, ovvero che, nel momento in cui verità (e finalità) cessano di esistere, cessa di “funzionare” anche l’intelletto. In altre parole, il pensare è possibile solo nella misura in cui esiste una verità trascendente, la quale offre il metro del giusto e dello sbagliato sul quale si può “appoggiare” l’intero edificio del pensare e del conoscere.

Oggi possiamo cogliere (adaequatio..) la realtà di questa cosa proprio osservando i comportamenti umani degli ultimi mesi di  cosiddetta pandemia. Vediamo come le menti, abituate a decenni di “verità relative”, sono convinte, dal martellamento mediatico, a credere nei dati della “scienza” in modo totalmente acritico e del tutto scollegato dalla realtà dei fatti, i quali dimostrerebbero esattamente l’opposto.

In più, queste tesi cambiano di giorno in giorno e, quella che è la verità di oggi, non è detto che sia quella di domani. Così, una stessa persona, può pronunciare una verità “scientifica” oggi ed affermare domani, in modo altrettanto “scientifico”, il suo contrario. Non importa, tutto ciò verrà accettato con la stessa supina accettazione.

Ci si chiede perché questo sia possibile? La risposta è quella che abbiamo già accennato sopra: nella misura in cui viene eliminato il metro del giusto e dello sbagliato e non vi sono che tante rappresentazioni opinabili; nella misura in cui – importante – queste “verità” sono scollegate dal dato reale, la verità di oggi potrà benissimo essere diversa da quella di domani e tutte saranno ugualmente accettabili.

Il fatto è – ed arriviamo al punto fondamentale – per accettare la coesistenza di “verità” tra loro discordanti, l’intelletto deve essere sospeso perché esso, per suo funzionamento innato, non può che agire in modo logico e fondato sul dato del reale se è vera una cosa allora ne consegue un’altra. Se non si può essere certi della veridicità dei termini non si può trarre alcuna conclusione certa.

Facciamo un esempio astratto: ognuno può affermare che l’acqua scorra naturalmente in più direzioni. Ciò non toglie che l’osservazione dei fatti (la res) ci offra l’evidenza che essa scorra verso il basso. Se quindi qualcuno volesse convincermi del fatto che l’acqua scorra verso l’alto, dovrei “scollegarmi” dalla realtà percepita ed attuare un meccanismo di autoconvincimento. In altre parole dovrei impormi di credere in modo acritico a quanto mi viene detto senza possibilità di argomentare, dal momento che per argomentare dovrei tornare ai dati reali.

Prendiamo ora qualche esempio dagli accadimenti attuali ponendo alcuni semplici interrogativi:

  • Se il tampone (come dimostrato) ha una elevata percentuale di inaffidabilità, perché viene preso come parametro per determinare il blocco delle attività umane?
  • Se esistono cure efficaci e a basso costo, perché si vuole imporre un vaccino universale come unica soluzione?
  • Se il vaccino è promosso da enti che hanno conflitti di interesse giganteschi, perché non è lecito diffidarne?
  • Se il vaccino non è testato, perché viene proposto?

Queste sono domande (e tante altre potrebbero essere fatte) che sorgono spontanee all’intelletto sano perché fondate sul suo naturale funzionamento e sul suo appoggiarsi al dato di natura.

Tale procedimento non è altro che quello della vera scienza, la quale non può che fondarsi sugli stessi principi dell’adaequatio, ovvero dell‘autorità del fatto. Un fatto che si può cercare di comprendere, del quale si possono studiare le leggi, ma che non si può mutare, occorre accettarlo qual esso è.

Ma nella misura in cui non vi è risposta agli interrogativi naturali, l’intelletto deve necessariamente essere sospeso e la “decisione” deve divenire necessariamente fideistica, un credere acritico, un assoggettamento puro della volontà ad un qualcosa che non può essere compreso perché illogico. Di fatto ad un’altra volontà che si impone sulla nostra. Ecco che allora, una volta sospeso e reso impossibile il pensiero, tutte le tesi possono essere affermate e, attraverso una ripetizione martellante, tutte le finestre di Overton possono essere oltrepassate, rendendo plausibile ciò che ieri era impensabile. Ecco trovato il principio della tirannia. Ecco spiegato il processo attuale.

Un importante effetto collaterale di questo fenomeno di interruzione del pensiero è la perdita di integrità della mente umana e la creazione quindi di divisioni e fratture all’interno delle personalità. Non potendo infatti l’individuo permettersi di smettere applicare le semplici regole del pensare nella propria quotidianità, la psiche difende sé stessa creando al proprio interno compartimenti stagni, all’interno dei quali vigono letteralmente leggi diverse. Così una persona può, ad esempio, applicare le leggi della statistica nel proprio lavoro, e smettere di applicarle totalmente in un altro ambito, (chiedendosi ad esempio perché con una mortalità da 0,x % debbano essere prese misure draconiane).

G.K Chesterton comprese benissimo questi processi affermando profeticamente che, un giorno, spade sarebbero state sguainate per affermare che l’erba è verde. Egli definì questo processo il “suicidio del pensiero” e affermò che “esiste un pensiero che ferma il pensiero. È l’unico pensiero che andrebbe fermato. È il male più grande contro il quale tutta l’autorità religiosa si è impegnata”.

Ebbene sì. L’autorità religiosa, ritenuta simbolo di arretratezza e bigotteria, ha avuto (ed avrebbe attualmente), tra i suoi scopi, la difesa e la promozione del retto pensiero. “Le dottrine e le crociate, le gerarchie […] non furono organizzate, come dicono gli ignoranti, per sopprimere la ragione. L’uomo, a causa di un cieco istinto, sapeva che una volta che le cose fossero state messe in discussione in modo incontrollato, prima fra tutte sarebbe stata messa in discussione la ragione. Il potere dei sacerdoti di dare l’assoluzione, il potere dei papi di definire l’autorità, perfino quello degli inquisitori, queste erano […] forme di difesa erette intorno ad un potere centrale, più indimostrabile, più sovrannaturale di tutti: la facoltà di pensare dell’uomo. Ora sappiamo che è così. Non abbiamo scuse per ignorarlo. Perché possiamo sentire lo scetticismo mentre spezza la vecchia catena dell’autorità e, nello stesso momento, possiamo vedere la ragione vacillare sul suo trono.”

Di fatto, se l’uomo non si assoggetta a Dio, non può che assoggettarsi ad un altro uomo o ad altri idoli. Se viene a mancare la Legge di Dio, egli non può che essere soggetto esclusivamente alle leggi degli uomini, i quali, essendo privati del retto pensiero e governati dai propri istinti, diventano pedine manovrabili soggette alla legge selvaggia del più forte. Il capitalismo terminale (o meglio, lo gnosticismo terminale) di oggi, culminante nel transumanesimo, è il diretto discendente del protestantesimo, e quindi di questa rivolta contro Dio eretta a sistema. Il processo rivoluzionario non poteva non realizzarsi che attraverso l’annientamento dell’intelletto e la riduzione degli esseri umani alla stregua di animali. Non a caso esso è dovuto andare di pari passo con l’eliminazione di ogni orizzonte trascendente e di ogni impulso elevato che non sia il soddisfacimento del bisogno sensibile immediato o della passione del momento. Se si perde di vista il fine ultimo dell’uomo, se non si ricorda che esso è stato creato per lodare, riverire e servire Dio e cooperare con il creato, allora la misura delle cose è persa. Se si dimentica che, come diceva San Paolo, tutto è lecito, ma non tutto edifica[1], allora ogni aberrazione diviene progressivamente possibile. Come i fatti di oggi dimostrano.

Non vi è quindi che una medicina per i mali moderni, se non quella di riconoscere e respingere finalmente le false seduzioni della rivoluzione, la quale altro non può produrre che caos, e tornare a confidare nei precetti tramandatici dalla tradizione cristiana, frutto di secoli di contemplazione del reale alla luce della ragione e della Rivelazione e frutto di penetrazione profonda dei suoi meccanismi. Essa non può che essere chiamata Sapienza.

Nella semplice antifona dei frati predicatori che segue, crediamo sia sintetizzata magistralmente la bellezza, espressa (certamente in modo imperfetto) dall’antico Ordo Christianus:

Oh Sapientia,
quae ex ore Altissimi prodisti,
attingens a fine usque ad finem,
fortiter suaviterque disponens omnia:
veni ad docendum nos
viam prudentiae.
Oh Sapienza,
fuoriuscita dalla bocca dell’Altissimo,
che ti estendi da un capo all’altro (della creazione),
con forza e dolcezza, disponendo ogni cosa:
vieni ed insegnaci le vie della prudenza.

 
Da notare che, il fatto che esso sia avvenuto nel passato nel passato, non implica necessariamente che, come vogliono farci credere, esso sia superato, dal momento che, ciò che è già stato potrebbe benissimo essere di nuovo, contrariamente alle utopie che non sono mai state, né mai potranno essere, se non, come oggi, manifestate in tremende distopie. Ma soprattutto, ciò che è perenne non può certo essere soggetto alle mode ed ai capricci del tempo, e ciò che sta non potrà che emergere, una volta che l’uomo, stanco e sfibrato del proprio vagare, non comprenderà finalmente che senza di Lui non possiamo davvero fare nulla. Allora imboccherà la via del tanto atteso ritorno.


[1] 1 Cor – 10,23

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