Gli Angeli sulla scala di Giacobbe – simbolo delle anime contemplative*

In questa scala c’erano Angeli
che salivano e che scendevano.
Gn. 28, 12

San Benedetto insegna che il duplice movimento degli Angeli sulla scala, significa senza alcun dubbio che con l’esaltazione si discende e con l’umiltà si sale. Non aliud sine dubio, descensus ille et ascensus a nobis intelligitur, nisi exaltatione descendere et humilitate ascendere. Ora come si può applicare questo agli Angeli? Non sappiamo noi, con certezza assoluta dalla teologia, che questi spiriti beati sono immutabilmente fissati nella gloria e che non possono più né salire né discendere nella scala della perfezione? Per essi è impossibile sia cadere per un atto di superbia, sia salire per un atto di umiltà.

L’analogia della fede certamente non permette di prendere alla lettera queste parole del nostro Santo Padre. Come dobbiamo intenderle allora?

Bisogna notare che con la parola angeli si vogliono designare i religiosi i quali devono essere gli angeli della terra. San Bernardo è molto esplicito su tale punto: «Con gli angeli che salgono e discendono – dice questo santo Dottore – egli ha voluto intendere le anime che vivono nella vita religiosa. Tra questa alcune umiliandosi salgono verso il cielo; altre inorgogliendosi dei progressi che fanno nella virtù, cadono nella profondità dell’inferno».  

D’altra parte, il confronto fra gli angeli ed i monaci, tra la vita angelica e la vita monastica, è molto comune tra i Padri greci. Perciò su questa scala, che è la nostra Regola, ci sono degli angeli che salgono continuamente verso Dio con l’obbedienza, la povertà, il distacco, la carità ecc. Ce ne sono altri che discendono con l’orgoglio, la compiacenza di sé, il disprezzo degli altri, lo spirito farisaico. San Benedetto chiama angeli anche questi, per far notare che non sarà per il peccato della carne che cadranno a principio, ma per quello dello spirito; per la compiacenza che solleverà il loro cuore alla considerazione della loro buona osservanza e delle loro virtù.

Nel medesimo senso viene interpretato il passo di San Giovanni dove il Signore parla del cielo aperto e degli Angeli che salgono e discendono sopra il Figlio dell’uomo. «Si tratta qui – dice San Bonaventura – dei religiosi, perché essi conducono una vita angelica sopra la terra»[1].

Per avvalorare questa spiegazione, si può avvicinare alla visione di Giacobbe quella di S. Romualdo che vide in sogno i Camaldolesi suoi figli, salire e scendere per una scala che congiungeva il cielo alla terra. Questo particolare ci mostra che sotto le espressioni così semplici del nostro Beato Padre, sono nascosti insegnamenti molto profondi e che perciò bisogna riflettere con attenzione sui minimi particolari della S. Regola. Nel secolo in cui una così detta scienza si sforza di stabilire su basi solide la parentela dell’uomo con la scimmia e niente trascura per trovare tutti gli anelli di questa gloriosa ascendenza, è una cosa benefica e consolante, imparare alla scuola di S. Benedetto che l’uomo appartiene alla razza degli Angeli; che, fissando gli occhi sulla vita di questi spiriti celesti, egli ritrova l’innocenza perduta e che l’ultima parola della perfezione per lui consisterà, come lo tu per S. Benedetto, nel condurre qui sulla terra una vita angelica: Vitam angelicam gerens in terris[2].

Noi dunque ci sforzeremo di imitare questi spiriti puri, diventando uomini «spirituali» e cioè degli uomini di preghiera; e ciò non saia possibile ottenere che assoggettando, il più perfettamente possibile la carne allo spirito con la mortificazione, e tenendo presente il vecchio proverbio il quale dice che il digiuno è il nutrimento degli Angeli. Ci ricorderemo anche che se essi sono rappresentati con le ali, è per indicare la prontezza della loro ubbidienza; nel momento in cui Dio manifesta loro il minimo desiderio, essi sono già là dove Egli li chiama «insofferenti del più piccolo ritardo nell’esecuzione del comando».

Proprio come San Benedetto richiede anche da noi[3]. Gli Angeli sono pure nostri modelli per la squisita carità che esercitano tra loro; per la pazienza con la quale sopportano i difetti degli uomini affidati alle loro cure; per lo zelo che spiegano nel procurare la salvezza delle anime; per il fervore con il quale cantano incessantemente le lodi al loro creatore e per lo stato di contemplazione continua che mai abbandonano anche quando il loro ministero li chiama a compiti molto impertanti e lontani.

E finalmente ci ricorderemo che proprio a motivo della loro natura spirituale, libera da ogni pesantezza e ingombro della carne, la scelta che fecero il giorno in cui Dio li mise alla prova, fu irrevocabile e senza riserve. Quelli che abbracciarono la causa di Lucifero passarono in un attimo alla rivolta più completa, alle bestemmie più esecrande, all’odio più ostinato e imperdonabile contro il loro Creatore. Mai essi riconosceranno la loro colpa, mai torneranno indietro. Quelli invece che optarono per l’obbedienza, si donarono a Dio in modo assoluto e defilino; aderirono a lui con quello spirito «totalitario» che il Vangelo domanda anche a noi quando ci ripete con insistenza che bisogna amare Dio con tutto il cuore, con tutta l ’anima, con tutte le forze, come se non volesse lasciar perdere la minima particella della nostra capacità affettiva. Mai l’amore degli Angeli diminuirà, mai l’abitudine e il lento svolgersi dei secoli potranno raffreddarne il fervore oppure moderarne lo slancio; esso conserverà eternamente la freschezza, l’intensità, il dinamismo che aveva il primo giorno della creazione.

Purtroppo noi siamo ben lontani dal rassomigliare a questi spiriti beati! È vero che forse il giorno del nostro ingresso in religione oppure in un momento di particolare entusiasmo, abbiamo fatto un’offerta di noi stessi sincera, piena, senza riserve. Ma in seguito, con il volgere dei giorni, delle settimane, degli anni, la natura umana reclama i suoi diritti e non cessa di riprendere qualche cosa di ciò che ha dato, di modo che qualche volta uno sui accorge, dopo alcuni anni, di essere ben lontano dalle belle disposizioni che aveva al principio.  

L’esempio degli angeli sarà una luce e uno stimolo prezioso per mantenere la nostra volontà nello slancio e nel fervore iniziale. Notiamo infine, prima di terminare queste considerazioni preliminari che la scala apparve a Giacobbe. Ora Giacobbe è anche lui figura del religioso – o meglio del proficiente – cioè dell’anima che ha lasciato lo stato dei «principianti» per mettersi in cammino verso quello dei «perfetti». Il suo nome significa – secondo la S. Scrittura stessa “soppiantatore”; perché ancora giovane riuscì a soppiantare Esaù. Nel senso spirituale bisogna intendere che riuscì a togliere in sé stesso i diritti di primogenitura al vecchio uomo, rude e violento, per trasferirli all’uomo nuovo, a colui che rigenerato nel Cristo è diventato, a sua immagine, dolce e umile di cuore. Giacobbe è anche figura del religioso, perché lasciò suo padre, sua madre, il suo paese, spogliandosi completamente di tutto; inoltre si rifugiò lontano sotto la protezione di un padrone straniero, che gl’impose un lavoro ingrato, penoso e continuo senza dargli nessuna paga. Nonostante egli lavorò coraggiosamente senza perdersi d’animo, senza stancarsi, perché desiderava ottenere Rachele – Rachele il cui nome significa, secondo i Padri, “visione del Principe” e che simboleggia la grazia della contemplazione.


* Lo scritto è tratto dal cap.8 del libro “La scala di Giacobbe – commento ai 12 gradi di umiltà” di di Jean Monléon O.S.B. di cui vi consigliamo la lettura. Nel caso non riusciste a reperirlo vi invitiamo a contattarci.

[1] In Cap. 1 Joannis, Coll . X .

[2] Ufficio del 21 marzo, 3° Antifona alle Lodi.

[3] S.Reg. cap.5

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